Gio. Gen 28th, 2021

respsportiva

In tema di esercizio di attività sportive, uno dei punti focali ai quali dottrina e giurisprudenza hanno tentato di fornire adeguata soluzione, riguarda il ventaglio di responsabilità che possono configurarsi nel caso in cui dallo svolgimento della stessa discenda una lesione. L’attività sportiva trova riconoscimento e tutela sia dall’ordinamento nazionale sia da quello comunitario e internazionale, essendo lo sport portatore di valori positivi e fondamentali quali la disciplina, lealtà e il rispetto dell’avversario: prescindendo dalle regole del gioco o dai regolamenti specifici previsti per ogni disciplina, lo sportivo ha infatti sempre e comunque il dovere di modellare la propria condotta alle norme generali di prudenza, diligenza e lealtà, alla ricerca del delicato equilibrio nel binomio imperfetto che vede contrapposti e complementari le specifiche finalità agonistiche e il rispetto dell’integrità fisica e della vita. Non a caso, i Regolamenti delle Federazioni sportive esplicano nel loro contenuto proprio la necessità di riferirsi ai suddetti principi di lealtà e di correttezza, quali modelli ispiratori di ciascun ordinamento.

Date queste premesse, il prodursi di un evento dannoso quale conseguenza dell’esercizio di un’attività sportiva genera la c.d. “responsabilità civile sportiva”, per la quale si cercherà di fornire un inquadramento quanto più possibile esaustivo, restando inteso che, nell’impossibilità di prevedere le specifiche dinamiche caratterizzanti il singolo caso concreto e influenti sull’esito dell’eventuale controversia compiuta dal Giudicante, lo scopo della disamina è quello di fornire una linea guida generale, utile a chiarire gli aspetti preminenti relativi alla responsabilità civile in caso di lesioni derivanti dall’esercizio di attività sportiva.

 

Con il riconoscimenti della personalità giuridica al C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) con la legge 16.2.1942 n. 426, l’orientamento oggi prevalente attribuisce all’organizzazione sportiva la natura di ordinamento giuridico, all’interno del quale si inquadrano le singole Federazioni Sportive Nazionali, associazioni di diritto privato sottoposte sia alla normativa dettata dal codice civile, sia ai regolamenti e statuti adottati nell’ambito delle potestà loro attribuite.

Il contenuto di tali norme ha ad oggetto l’esercizio delle discipline sportive sia professionali che dilettantistiche, per quanto concerne i rapporti tra l’ordinamento interno e quello sportivo, si può quindi parlare di una reciproca autonomia e reciproco riconoscimento. La Giurisprudenza ha tuttavia precisato i termini di competenza e giurisdizione, attribuendo allo Stato la piena potestà sulle eventuali controversie riguardanti il risarcimento del danno derivante dall’esercizio dell’attività sportiva e la conseguente valutazione circa la sussistenza della responsabilità civile, per cui “le controversie aventi ad oggetto una richiesta di risarcimento del danno extracontrattuale devono essere ricondotte alla giurisdizione ordinaria, in quanto concernenti un diritto che trova la sua unica tutela nell’ordinamento giuridico positivo” (si vedano le pronunce Cass. Civ., 26 ottobre 1989, n. 4399, in Foro it., 1990, I, 899; Trib. Trento 14 marzo 1980, in Riv. Dir. Sport., 1981, 60.).

 

In tema di responsabilità e di risarcimento del danno da fatto illecito, la normativa alla quale si fa riferimento è quella prevista dall’art. 2043 c.c. per cui “qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il sanno.” Ne consegue che per aversi responsabilità civile è necessario che l’azione produca la lesione di un interesse giuridicamente protetto (qual è appunto quello alla vita e all’integrità fisica) e che sia inoltre imputabile all’agente a titolo di dolo o colpa.

La responsabilità sportiva presenta tuttavia delle peculiarità che, come detto, derivano dalla disciplina della medesima connessa sia ai regolamenti delle singole Federazioni, sia alla legislazione ordinaria. Pur non trattandosi di una responsabilità autonoma e ulteriore rispetto a quelle individuazione dalla legislazione statale, si ritiene doversi valutare il concetto di “colpa”, quale elemento soggettivo della responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c., alla stregua dei criteri caratterizzante l’attività sportiva e, in particolare, al rispetto delle c.d. regole tecniche e al rischio sportivo. Diversamente, si ritiene siano estranee tutte quelle situazioni ove la risarcibilità del danno derivi dallo svolgimento di un’attività sportiva svolta da un’organizzazione non strutturata (si pensi alla partita di calcio tra amici, nel cortile di casa) o comunque attraverso un’organizzazione strutturata ma esterna o non riconosciuta dall’ordinamento sportivo, posto che le norme del suddetto si ritiene non potranno avere alcuna incidenza nella qualificazione della responsabilità.

Per quanto concerne le c.d. “regole tecniche” emanate dalle Federazioni nell’ambito dell’autonomia normativa riconosciuta, esse hanno quale scopo quello di regolare lo svolgimento della singola disciplina e la condotta alla quale lo sportivo – professionista o dilettante – dovrà attenersi nello svolgimento dell’attività. Rileva a tal punto individuare in che misura la violazione di una norma tecnica sportiva possa influire nella valutazione circa l’effettiva sussistenza dell’illecito di cui all’art. 2043 c.c. ossia stabilendo se dalla violazione di una norma tecnica discenda automatica la valutazione positiva della responsabilità del danneggiante. L’orientamento giurisprudenziale in materia, sviluppatosi in sede penale con successivo accoglimento anche da parte della Suprema Corte a S.U., individua quale criterio distintivo nel giudizio di responsabilità dell’atleta il collegamento funzionale tra l’azione e la finalità del gioco o dello sport. Qualora tale collegamento sia comprovato, il danneggiante sarà esente da responsabilità anche in caso di violazione delle regole tecniche dello sport, sempre che non sia stato impiegato un grado di violenza incompatibile con le caratteristiche dello stesso in riferimento al contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto e alla qualità delle persone che vi partecipano (Cass. n. 12012/2002). Dunque, se il rispetto delle regole del gioco è indice di non punibilità della condotta, essendo la stessa coerente con il grado normale di rischio insito in una specifica disciplina sportiva, non sempre la violazione comporta la punibilità se essa si configura come involontaria, finalizzata all’azione e mantenuta nei limiti del rischio consentito. Diversamente, quando la condotta agonistica crea, per la sua violenza o durezza, una situazione di pericolo trasmodante e incompatibile con le finalità e la tecnica del gioco o, in altri termini, con il rischio consentito e, quindi, tale da mettere coscientemente a repentaglio l’incolumità dell’avversario, tale condotta deve essere sanzionata (cfr., recentemente, nella giurisprudenza di merito, Trib. Roma, 21.5.2011, Giurisprudenza it., Rep. 2011, Sport, n. 86; Trib. Bologna, 20.7.2010, ivi, n. 81).

Il secondo parametro di valutazione è quello inerente al c.d. “rischio sportivo”, ossia alla consapevolezza e accettazione da parte dell’atleta delle possibili conseguenze, anche lesive, che rientrano nella pratica correlata alla disciplina praticata. In altre parole, chiunque decida di dedicarsi ad uno sport accetta di essere esposto, in misura più o meno ampia a seconda dell’attività, ad un evento potenzialmente dannoso. Si è affermato in dottrina e giurisprudenza il principio per cui il rischio sportivo operi una sorta di scriminante non scritta, in forza della quale non sono risarciti danni che normalmente lo sarebbero, proprio in forza dell’interpretazione della responsabilità orientata a tale parametro di rischio (si pensi alla boxe, ove il colpo all’avversario, pur procurando un danno allo stesso, non costituisce causa di responsabilità qualora sia eseguito nel rispetto delle regole tecniche). Ovviamente, non si giunge certo al punto di parlare di un rischio illimitato o incondizionato: il discrimen si rinviene infatti proprio nel rispetto delle regole tecniche previste dalle Federazioni per ogni disciplina sportiva: come enunciato dalla Suprema Corte Cassazione Penale, 23 maggio 2005, n. 19473, in Responsabilità civile, 2005, 1034 “deve ritenersi coincidente con il rispetto delle regole tecniche, che individuano, secondo una preventiva valutazione fatta dalla normazione secondaria (cioè dal regolamento sportivo), il limite della ragionevole componente di rischio di cui ciascun praticante deve avere piena consapevolezza sin dal momento in cui decide di praticare, in forma agonistica, un determinato sport”. Dunque il rischio sportivo si configura quale parametro che il Giudicante dovrà considerare nella valutazione della condotta del danneggiante alla luce dei più generali principi di diligenza e prudenza, posto che la soglia del rischio per ciascuna disciplina sportiva verrà individuata dal giudice di merito, tenuto ad analizzare le circostanze del singolo caso concreto.

Per quanto concerne l’individuazione dei soggetti chiamati a rispondere di eventuali danni ingiusti cagionati nello svolgimento di attività sportive, le ipotesi più significative riguardano sia gli atleti direttamente, sia i soggetti chiamati a svolgere compiti organizzativi e di promozione dell’attività sportiva. Pur concentrando l’analisi sulla responsabilità degli atleti, giova in tale sede ricordare che gli altri soggetti suelencati non risultano esonerati a prescindere da ogni responsabilità, stante la nullità delle clausole di esonero da responsabilità dell’organizzatore, spesso inserite nei regolamenti sportivi o sottoscritte dagli atleti, aventi natura abusiva e per ciò prive del potere derogatorio ai principi di ordine pubblico in caso di comportamento colposo dell’organizzatore.

Questione particolarmente dibattuta è quella che ha ad oggetto l’inquadramento di alcune discipline sportive tra le attività pericolose ex art. 2050 c.c., una responsabilità oggettiva che prescinde dalla colpa dell’agente, in base alla quale chiunque cagiona un danno è tenuto al risarcimento salvo non provi di aver adottato tutte le misure idonee a evitarlo. La pericolosità viene valutata in riferimento alla natura stessa dell’attività o in relazione alla natura dei mezzi adoperati. La differenza tra la responsabilità ex art. 2043 c.c. e quella ex art. 2050 c.c. non è certo di poco conto, considerando che per quest’ultima è possibile liberarsi solo fornendo la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, valutate facendo uso della normale prudenza e tenendo conto dello sviluppo della tecnica e delle condizioni pratiche in cui si svolge l’attività, ovvero nel rispetto di norme e regolamenti, quando previsti. La presunzione di responsabilità opera dunque nei confronti dell’esercente attività pericolosa che abbia adottato misure diverse da quelle prescritte da norme legislative o regolamentari, senza che vi sia in tal caso alcun margine di valutazione della idoneità; onere del danneggiato sarà fornire la prova del nesso eziologico tra l’esercizio dell’attività pericolosa e l’evento dannoso verificatosi (Cass. Sez. III, 4 maggio 2004, n. 8547). Si ricorda che, nella casistica giurisprudenziale, tra gli sport ritenuti attività pericolosa sono stati ricompresi l’organizzazione di gare automobilistiche, l’attività venatoria, l’attività degli aeroclub, e l’attività equestre da parte di dilettanti.

La valutazione della condotta dello sportivo nell’ambito di un giudizio di responsabilità, può essere inquadrata prendendo in considerazione tre ipotesi cardine.

Si può escludere la responsabilità dell’atleta che agisca nell’ambito di una condotta corrispondente al rispetto delle regole tecniche – sportive previste per l’attività di riferimento e dei principi generali dell’ordinamento (correttezza e prudenza) e che, pur producendo un danno all’avversario, si pone nell’alveo della c.d. “scriminante sportiva” come sopra meglio precisata.

In senso opposto, l’atleta sarà diversamente chiamato a rispondere a titolo di dolo qualora la gara abbia costituito mera occasione per cagionare un danno ingiusto all’avversario, violando volontariamente le norme tecniche e disattendendo i principi di lealtà e correttezza.

Tra tali due estremi, si colloca l’ampia e nebulosa casistica del danno cagionato nell’esercizio di un’attività sportiva, in funzione della stessa ma con violazione delle regole. In tali casi, si ritiene che il Giudicante sia chiamato a valutare la responsabilità dell’agente secondo il parametro della colpa sportiva, variabile in base alla tipologia di attività praticata e al tipo di gara o evento (se mero allenamento ovvero torneo e simili). Come si evince, la valutazione del caso concreto è sempre rimessa al Giudice investito della questione, tuttavia sembra potersi sostenere – in accordo all’evoluzione giurisprudenziale – che il criterio distintivo di valutazione delle violazioni tra regole del gioco lecite e la responsabilità, possa escludersi anche nei casi in cui le lesioni siano conseguenza di una condotta posta in essere con violazione delle regole sportive ma funzionalmente connessa all’attività sportiva stessa.

 

In conclusione può affermarsi che, pur nella necessaria esecuzione di un’attività sportiva secondo i principi generali di correttezza, lealtà e prudenza, risulta di particolare rilievo la considerazione delle regole tecniche sportive che regolamentano la specifica disciplina di riferimento, stante la valutazione dell’organo giudicante che dovrebbe tener conto delle stesse ai fini della decisione circa la sussistenza o meno della responsabilità. Qualora l’attività venga esercitata senza tener conto delle norme tecniche suddette individuate dall’ordinamento sportivo e riconosciute dall’ordinamento interno, ovvero l’attività si esplichi attraverso un’organizzazione esterna o non riconosciuta dall’ordinamento sportivo, la valutazione della condotta potrebbe soggiacere o alla responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c. senza l’incidenza delle norme sull’ordinamento sportivo (e dunque il concetto di colpa sportiva e rischio sportivo), ovvero agli ancor più rigidi parametri della responsabilità derivante dell’esercizio di attività pericolosa ex art. 2050 c.c., con le importanti conseguenze enunciate sotto il profilo probatorio.

 

AvatarArticolo scritto da Dott.ssa Giulia Casacci (3 Posts)

Praticante Avvocato abilitata al patrocinio iscritta presso l'Ordine di Forlì e Cesena; TESI DI LAUREA:Procedura Penale “La Circolazione probatoria tra procedimenti”; AREE TEMATICHE DI COMPETENZA: Recupero del credito, diritto societario e concorsuale, diritto applicato alle nuove tecnologie, contratti. giuliacasacci@yahoo.it


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By Dott.ssa Giulia Casacci

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