Genitori e Social Networks : la responsabilità per gli illeciti su Facebook (o altri social) commessi da minori.

respgenitori
Riporto questo interessante stralcio di sentenza emessa dal Tribunale Civile di Teramo nel gennaio 2012 (omettendo parti essenzialmente di dialettica processuale), in occasione della richiesta di risarcimento – anche del danno morale – avanzata da un genitore nei confronti dei genitori di altro minore, per avere la propria figlia subito plurime offese tramite la costituzione di un gruppo Facebook ad opera di altro minore.
A proposito del tema degli illeciti su Facebook, come su altri Social, evidenzio il passo della sentenza nel quale il Giudice, quasi in un monito, attribuisce ai genitori un dovere educativo – rilevante ai fini della responsabilità ex art 2048 c.c. – che va oltre l’impartire generalmente regole di civiltà, arrivando a prevedere l’obbligo di fornire strumenti effettivi per costruire rapporti umani significativi, adombrando un dovere di controllo di questi valori più penetrante innanzi al dato di fatto – ormai dominante – dell’esistenza e diffusione dei social networks. La sentenza mi pare significativa nella misura in cui coniuga la responsabilità genitoriale con l’attuale sistema di social network in uso praticamente ad ogni adolescente, richiamando i nuovi genitore ad un impegno educativo più intenso rispetto al passato.
La sentenza in argomento parte dalla premessa che un
“ minore costituiva in data X.X.2009 un gruppo denominato “per tutti quelli che odiano L.C.” (figlia minore degli odierni istanti), con descrizione “facciamogli capire che a ……….(città di residenza)……….. non ce la vogliamo perché non ci vogliamo le troie come lei”. Seguiva ancora in data X.X.2009 la pubblicazione di altre frasi ingiuriose, dello stesso tenore, sempre nei confronti della minore istante, da parte dello stesso minore e di altri appartenenti al gruppo, tra cui i minori figli degli odierni convenuti e tale A.C.; nonché ancora da ultimo di altre frasi pure genericamente e grossolanamente minacciose da parte della stessa A. C.
(OMISSIS)
Il pronunciamento di quella frase, evidentemente scaturito da un rapporto di particolare tensione tra le due minori L.C. e A.C. forse riconducibile a motivi di mera rivalità sentimentale, aveva infatti poi letteralmente scatenato una vera e propria “rissa verbale” (doc. 3 cit.), con pronunciamenti forti e spesso ingiuriosi da parte di altri minori, ora in difesa dell’una ora in difesa dell’altra, cui avevano offerto il loro consistente contributo anche i minori figli degli odierni convenuti; spintisi fino alla geniale e creativa idea di istituire uno specifico gruppo, proprio al fine di meglio raccogliere e convogliare le offese nei confronti della L.C., “nemica” della propria amica A.C. (anche tale ultima circostanza, vale a dire la sussistenza di un forte rapporto di amicizia tra i minori figli dei convenuti e A.C., tutt’altro che irrilevante nella definizione della questione al vaglio ed addotta subito dal convenuto, non risulta specificamente contestata dalla minore istante).
Dunque si è di fronte ad una vera e propria “rissa verbale”, scatenatasi tra minori (alcuni addirittura minori di anni 14) sul sito web denominato Facebook.
Trattasi in particolare, come è efficacemente spiegato, anche per i suoi riflessi (sempre più crescenti) di rilevanza giudiziaria, nella recente Trib. Monza sez. IV^ nr. 770/10, di un c.d. social network ad accesso gratuito fondato nel 2004 da uno studente dell’Università di Harvard al quale, a far tempo dal settembre 2006, può partecipare chiunque abbia compiuto dodici anni di età: peraltro, se scopo iniziale di F. era il mantenimento dei contatti tra studenti di università e scuole superiori di tutto il mondo, in soli pochi anni ha assunto i connotati di una vera e proprie rete sociale destinata a coinvolgere, in modo trasversale, un numero indeterminato di utenti o di navigatori Internet.
Questi ultimi partecipano creando “profili” contenenti fotografie e liste di interessi personali, scambiando messaggi (privati o pubblici) e aderendo ad un gruppo di c.d. “amici”: quest’ultimo aspetto è rilevante, anche ai fini della presente decisione, in quanto la visione dei dati dettagliati del profilo di ogni singolo utente è di solito ristretta agli “amici” dallo stesso accettati.
F., come detto, include alcuni servizi tra i quali la possibilità per gli utenti di ricevere ed inviare messaggi e di scrivere sulla bacheca di altri utenti e consente di impostare l’accesso ai vari contenuti del proprio profilo attraverso una serie di “livelli” via via più ristretti e/o restrittivi (dal livello “Tutti” a quello intermedio “Amici di amici” ai soli “Amici”) per di più in modo selettivo quanto ai contenuti o alle stesse “categorie” di informazioni inserite nel profilo medesimo.
Quindi, agendo opportunamente sul livello e sulle impostazioni del proprio profilo, è possibile limitare l’accesso e la diffusione dei propri contenuti, sia dal punto di vista soggettivo che da quello oggettivo.
È peraltro nota agli utenti di F. l’eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso: trattasi dell’attività di c.d. “tagging” (tradotta in lingua italiana con l’uso del neologismo “taggare”) che consente, ad esempio, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure e-mail e conversazioni in chat, che di fatto sottrae questo materiale dalla disponibilità dell’autore e sopravvive alla stessa sua eventuale cancellazione dal social network.
I gestori del sito (statunitensi, secondo la Polizia Postale), pur reputandosi proprietari dei contenuti pubblicati, declinano ogni responsabilità civile e/o penale ad essi relativa (come dimostra, eloquentemente, una recentissima e dibattuta controversia giudiziaria riguardante il motore di ricerca Google).
In definitiva, coloro che decidono di diventare utenti di F. sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto.
Alla luce di tali considerazioni tecniche, appare evidente e condivisibile la preoccupazione della minore istante, e dei suoi genitori, per la diffusione effettiva e potenziale che quelle offese hanno avuto e potrebbero ancora avere dalla loro pubblicazione su quel sito web.
Se cioè, in soldoni, quella vera e propria “rissa verbale” tra minori si fosse consumata nella piazza reale del paese, probabilmente la baruffa si sarebbe conclusa con qualche energico richiamo o al massimo con qualche richiesta di chiarimento rivolta ai genitori dei minori che avevano pronunciato quelle frasi, ma essendosi verificata su quella piazza virtuale, che non conosce limiti alla potenziale diffusione ed esondazione delle offese ivi pubblicate, ben si comprende ogni sofferenza e tutte le preoccupazioni lamentate e denunciate in questa sede addirittura giudiziaria.
Appare a questo punto allora necessario procedere ad individuare il criterio di imputazione della responsabilità in capo ai genitori per i fatti illeciti commessi dai minori naturalmente capaci.
Ritiene lo scrivente di dover condividere sul punto quell’impostazione interpretativa, più rigorosa ed esigente in relazione ai compiti, al ruolo ed alle connesse responsabilità genitoriali, in forza della quale si afferma che i genitori dei minori naturalmente capaci di intendere e di volere, per andare esenti dalla responsabilità di cui all’art. 2048 cc, devono positivamente dimostrare non solo di avere adempiuto all’onere educativo indicato loro dall’art. 147 cc, che non consiste solo nella mera indicazione di regole, conoscenze o moduli di comportamento, bensì pure nel fornire alla prole gli strumenti indispensabili alla costruzione di relazioni umane effettivamente significative per la migliore realizzazione della loro personalità, ma anche di avere poi effettivamente e concretamente controllato che i figli abbiano assimilato l’educazione loro impartita; mentre d’altra parte la gravità e la reiterazione delle condotte poste in essere possono essere poi indice del grado di attuazione di una tale opera di verifica di acquisizione (in termini, App. Milano X^ 16.12.2009 su Resp.civ. e prev. 2010, 7-8).
Evidenziato altresì come la responsabilità genitoriale non venga meno con l’approssimarsi della maggiore età, allorquando invece (ed anzi) la personalità del minore è ancora fragile (nel senso di “indefinita”) ed egli conserva l’inattitudine a dominare i propri istinti (Cass.III^ nr. 18804/09), che con l’approssimarsi della maggiore età tendono oltretutto a subìre nuove pulsioni, va ulteriormente ribadito come, ai fini dell’esonero dalla loro responsabilità, i genitori debbano in sostanza fornire la prova liberatoria di non aver potuto impedire il fatto; prova che si concretizza nella dimostrazione però, oltre di aver impartito una educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, anche di avere esercitato sul medesimo una vigilanza adeguata all’età (Cass. III^ nr. 9509/07).
L’applicazione concreta di tali principi nella specifica fattispecie al vaglio non può non fare i conti allora con l’assoluta peculiarità dello strumento utilizzato per la diffusione delle frasi ingiuriose.
Per andare esenti da ogni responsabilità ai sensi dell’art. 2048 cc, i genitori odierni convenuti non avrebbero potuto limitarsi ad allegare e chiedere di comprovare (come hanno fatto ai capitoli a-f delle richieste istruttorie) di avere impartito al loro figlio minore un’educazione sostanzialmente consona alle proprie condizioni socio-economiche, ma avrebbero dovuto allegare e comprovare di avere anche poi posto in essere quelle attività di verifica e di controllo sull’effettiva acquisizione di quei valori da parte del minore; attività che invece, data la persistenza e reiterazione del comportamento ingiurioso-diffamatorio, consumatosi sul web lungo almeno tre giorni consecutivi, può agevolmente presumersi non essere stata posta in essere dai coniugi convenuti, quantomeno in modo adeguato.
D’altra parte, nel momento in cui i genitori, evidentemente consapevoli delle potenzialità e dei rischi di internet, acconsentono ad un accesso del proprio figlio minore alla rete, quella doverosa attività di verifica e controllo “a posteriori” dell’indottrinamento educativo del proprio figlio, pure in ipotesi prestato in tutta buona fede, non può non fare i conti con l’estrema pericolosità di quel navigare e della già evidenziata potenziale esondazione incontrollabile dei contenuti e delle proprie idee ivi manifestate.
Quella doverosa attività di vigilanza e controllo che investe i genitori deve allora necessariamente concretizzarsi, nello specifico, in una limitazione per forza di cose quantitativa e qualitativa di quell’accesso, proprio al fine di evitare (per quello che interessa in questa sede evidenziare e senza che appaia necessario sottolineare qui altri e forse pure ben più gravi rischi) che quel potente mezzo fortemente relazionale e divulgativo, e proprio per tali qualità tanto affascinante, nelle mani di soggetti ancora non in grado di discernere le conseguenze del proprio agire, possa trasformare una “baruffa (anche) chiozzotta” tra bambini, degna al massimo di un’energica lavata di testa, in una lotta in rete senza quartiere tra bande, all’esito della quale, in termini di reputazione e onorabilità di tutti i partecipanti, potrebbero restare solo macerie. E quella attività genitoriale di controllo “a posteriori” appare tanto più doverosa, e quindi ancor più richiedibile da chi ora è stato chiamato a giudicare con il rigore della regola di diritto, in un periodo storico in cui sollecitazioni negative in tal senso aggrediscono la sensibilità dei minori fin nei luoghi un tempo ritenuti più sicuri, come accade ad esempio attraverso i modelli comportamentali e relazionali diffusi dai massa-media più comuni e di facile accesso ad ogni ora della giornata, con continuità martellante.
Dunque, i caratteri della persistenza e della continuità, che quell’attività offensiva posta in essere dal minore ha nello specifico assunto (fino, come visto, alla creazione di un “gruppo” finalizzato ad offendere), inducono a ritenere ampiamente raggiunta la prova positiva dell’inadempimento da parte dei genitori convenuti a quel dovere di verifica dell’assimilazione effettiva dell’educazione pure eventualmente impartita al minore ed a quell’obbligo giuridico di controllo della corrispondenza concreta tra i principi pure in ipotesi inculcati ed i comportamenti concreti che il figlio quotidianamente poi pone in essere.
Ciò posto, non può esimersi lo scrivente dal dover rilevare come quella condotta continuativamente offensiva posta in essere dal minore, figlio dei convenuti, abbia trovato la sua causa scatenante, come visto, nell’iniziale condotta ingiuriosa e altrettanto diffamatoria posta in essere questa volta proprio dalla stessa minore istante ed ai danni di altra minore, A.C., “amica” del minore qui convenuto.
Appare del tutto evidente allora come quell’offesa scatenante abbia assunto, in termini giuridici, i caratteri della vera e propria “provocazione”, della spinta emotiva cioè a controingiuriare, e ciò non solo con riguardo alla destinataria diretta dell’ingiuria, ma anche per chi, comprensibilmente, ha sentito offeso l’onore della propria amica ed ha così deciso, nella sua immaturità, di rimediare, non senza tracimare con atteggiamento tipicamente infantile, fino ad allestire addirittura un gruppo finalizzato alla risposta offensiva.
(OMISSIS)
Va quindi confermata la piena risarcibilità del solo danno morale soggettivo inteso quale “transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” del fatto illecito, vale a dire come complesso delle sofferenze inferte alla danneggiata dall’evento dannoso, indipendentemente dalla sua rilevanza penalistica.
Rilevanza che, peraltro, ben potrebbe essere oltretutto ravvisata nel fatto dedotto in giudizio, concretamente sussumibile nell’ambito della astratta previsione di cui all’art. 594 c.p. (ingiuria) ovvero in quella più grave di cui all’art. 595 c.p. (diffamazione) alla luce del cennato carattere pubblico del contesto che ebbe a ospitare il messaggio de quo, della sua conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione a seguito di tagging.
Alla luce di quanto accertato in fatto, della evidente lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti (la reputazione, l’onore, il decoro della vittima) e delle conseguenti indubbie sofferenze inferte all’attrice dalla vicenda della quale si discute, potrebbe essere liquidata in suo favore tale voce di danno.
Rientra tuttavia pesantemente in gioco a questo punto la già vagliata attenuante della provocazione, che nella fattispecie al vaglio ha in realtà assunto, come visto, i caratteri della vera e propria condotta innescante e scatenante la rissa verbale da cui la povera minore istante è purtroppo uscita malconcia.
L’attenuante della provocazione infatti, pur non avendo, come visto, alcuna incidenza sulla liquidazione dei danni patrimoniali, non potendo trovare applicazione l’art. 1227, 1°co. c, richiamato in materia extracontrattuale dall’art. 2056 cc, può avere invece consistenza anche rilevante in relazione ai danni non patrimoniali e ciò non in termini di concorso di colpa, bensì come uno degli elementi che possono influire sulla liquidazione, necessariamente equitativa, di tali danni, affidata al criterio discrezionale del giudice di merito (Cass. pen. V^ nr. 7718/99).
Alla luce allora delle complessive considerazioni sin qui espresse, tenuto conto in particolare che proprio l’iniziale condotta offensiva posta in essere dalla odierna persona offesa ha determinato e innescato l’effetto valanga costituito dal proferimento delle offese, che gli amici della minore colpita, in una malintesa e infantile funzione di solidale soccorso, le hanno poi rivolto, ritiene equo lo scrivente non procedere a liquidare alcun importo a titolo di risarcimento del danno morale.
Le stesse ragioni sin qui esposte supportano infine la decisione di ritenere interamente compensate tra le parti le spese processuali. “

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Avv. Andrea FucciArticolo scritto da Avv. Andrea Fucci (164 Posts)

Nato a Carmagnola (TO) il 08/01/1973, Avvocato Civilista iscritto presso l’Ordine di Pinerolo (TO); AREE TEMATICHE DI COMPETENZA: commercio elettronico, condominio, contratti in genere,diritti del consumatore, diritti reali, diritto agrario, diritto amministrativo, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto della proprietà immobiliare, diritto di famiglia, fallimento, infortunistica stradale, locazione/sfratti, marchi/brevetti, successioni ereditarie; Fondatore e responsabile del sito www.lexconsulenza.it; dr.fucci@gmail.com ;


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Nato a Carmagnola (TO) il 08/01/1973, Avvocato Civilista iscritto presso l’Ordine di Pinerolo (TO); AREE TEMATICHE DI COMPETENZA: commercio elettronico, condominio, contratti in genere,diritti del consumatore, diritti reali, diritto agrario, diritto amministrativo, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto della proprietà immobiliare, diritto di famiglia, fallimento, infortunistica stradale, locazione/sfratti, marchi/brevetti, successioni ereditarie; Fondatore e responsabile del sito www.lexconsulenza.it; dr.fucci@gmail.com ;

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